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LE FOTO DEL CONGRESSO 2001

Dal 30 Dicembre 2001 al 2 Gennaio 2002 si è svolto a Udine e Grado il Congresso Nazionale dell'Accademia Italiana del peperoncino.
Nel corso dei tre giorni i congressisti hanno messo a fuoco le linee programmatiche per il nuovo anno. Si è parlato soprattutto del progetto Le vie del peperoncino in Europa che avrà il compito di diffondere la cultura piccante nel nostro continente.

In anteprima le immagini del congresso:


La cena di benvenuto a Udine

 

 


La cena di benvenuto a Udine

 

 


La cena di benvenuto a Udine

 

 


Il Presidente Enzo Monaco
con il delegato Loguercio e Bepi Pucciarelli

 


Enzo Monaco e Bepi Pucciarelli

 

 


Il cenone piccante di San Silvestro

 


Il cenone piccante di San Silvestro

 

 


Sul battello per l'isola di Grado

 

 


Il Presidente Monaco
sul battello per l'isola di Grado

 

 


Il centro tavolo
al pranzo di Capodanno a Grado

 

 


Al tavolo della presidenza da sinistra:
Pucciarelli, Monaco, il Presidente
della Camera di Comercio di Udine,
Loguercio delegato di Udine
e l'Assessore al Turismo di Udine.

 


I congressisti davanti al Duomo di Cividale

 

 

 

 

 

Ricordi e commenti dei convegnisti '99 a Pantelleria

 

TORNEREMO A PANTELLERIA… "Scrivimi un pezzo, ma non di cronaca" dice il presidente Monaco. Il che equivale, in gergo, a dire "fammi un pezzo di colore". Un pezzo di colore su Pantelleria? Non è facile, dopo aver deciso di trascorrere il Capodanno con gli amici dell'Accademia proprio per aver letto uno splendido pezzo di colore, quello di Italo Cucci sul numero di Peperoncino News nel quale era pubblicato il programma del congresso.

Non è facile, fare del colore, dopo aver sentito ripetere, più volte al giorno, che per vedere tutti i colori di Pantelleria dovremo tornare a primavera; e che ciò che abbiamo visto è solo un piccolo saggio, un assaggio, di una tavolozza ben più ampia. Allora, niente colore; ma sensazioni e riflessioni; sempre cronaca - ci perdonerà il presidente Monaco - non di ciò che è accaduto, ma di quello che ci è rimasto "dentro".

Pantelleria ci ha accolto scontrosa e ventosa. Ci racconterà Grazia, pochi minuti prima dell'imbarco per il viaggio di ritorno: "i panteschi sono diffidenti, le tante invasioni subite nel corso dei secoli li fanno sospettare, inizialmente, anche dei turisti. Ma quando si aprono…" L'isola ed i suoi abitanti hanno lo stesso carattere. Ma dopo due giorni di vento e qualche scroscio di pioggia, al terzo giorno l'isola ci ha regalato una giornata di sole, si è aperta al sorriso. E ci ha conquistati. Come ci ha conquistati la nostra guida, Tonino: un amore per la sua isola magicamente contagioso. Tonino ci ha aperto la porta della sua casa - il suo"dammuso" a Filisciak - ma prima ci ha aperto il suo cuore.

Con una "Ave Maria" di Schubert ("un regalo per voi e per la Madonna", ha spiegato) cantata senza accompagnamento, con voce calda, sicura e ben impostata mentre il nostro gruppo solitamente fracassone ascoltava in silenzio, non senza un po' di commozione, davanti alla statua della Madonna dagli occhi di pietra lavica. Un regalo inaspettato, il canto-preghiera di Tonino, che ci ha commosso. Come ci ha commosso l'orgoglio ingenuo, senza retorica, con cui ha presentato la pastasciutta "con i colori della bandiera": il bianco degli spaghetti, il rosso del pesto pantesco, il verde dei capperi.

Ma bisogna proprio scendere più a sud di Tunisi - abbiamo pensato noi nordisti - per scoprire che esiste ancora, in Italia, un sentimento chiamato amor di patria? Dipendesse da noi, Tonino sarebbe già Cavaliere della Repubblica; anche perché gli spaghetti, oltretutto, erano deliziosi… e piccanti al punto giusto. Torneremo a primavera, speriamo, per vedere gli infiniti colori di Pantelleria. Ma nel libro dei ricordi, alla voce "Capodanno a Pantelleria", con le tonalità azzurre dello specchio di Venere e del mare, con il verde splendente della vegetazione sulla Montagna Grande, con l'oro ambrato del Moscato di Salvatore Valenza, il tricolore di Tonino avrà sempre un posto speciale.

Torneremo a Pantelleria, perché uscendo dalla chiesetta della Vergine dagli occhi di pietra lavica, abbiamo fatto suonare la campanella. Era stato Tonino (chi, sennò?) ad ordinarci, quasi, di dare uno strappo alla corda: "chi fa suonare la campana - ha detto - tornerà nell'isola".

Chi non ci crede, affari suoi. Noi ci crediamo… e torneremo.

Bepi Pucciarelli

Pentamerone per chi non c'era.
Prima giornata. Di come il duca Enzo, avendola più volte concionata, radunò la truppa sua sulla estrema estremità del Continente, la rinfrancò con meridiane libagioni e attraverso i nembi la condusse sulla punta di Trinacria. Quivi, di nuovo rinfrancatola con moltitudine di pesci pelagici e svuotati di molti otri, la fece imbarcare su incerto legno e traversorno lo tempestosissimo mare africano. Più volte circuitarono l'isola desìata e giunsero infine in sull'alba all'improbabile approdo di Scauri.

Seconda giornata. Nella quale, con grandissima maraviglia degli astanti tutti, si scoperse essere nell'isola in mezzo al mare vastissima una caverna, casa di metallici uccelli tonitruanti. Carolo lo condottiero avea prodotto questo prodigio prodigioso, e fiero si godette il generale stupore da cui si riebbero la sera in sito peregrino La Vela nomato. Per perigliosissimo sentiero raggiungibile, esso sito era ripieno di ogni possibile leccornia, gioia degli occhi e dei vogliosi palati. Per ore stettero i nostri prodi a levar mense e alzare brindisi, finchè l'alba di vento ruggente non li colse di sotto i tavoli di legno resinoso e profumato di sughi e di vino e non li riportò ai giacigli, ma solo per breve sopore, ché già si appropinquava la.

Terza giornata. Nella quale ci si acconciò a svolgere lo serio pontificale per il quale alla terribile isola si era giunti con sì periglioso viaggio. Intronato Maestro Accademico messer Pasquale, monna Grazia presentò li "Dodici piccanti peperoncini", dalle sue candide e affusolate dita sortiti lìcome ulteriore magia di quest'isola così magica di per se stessa essendo. Ansiosi di meglio conoscerla, si recorno la sera in un sito meraviglioso, Circolo Locale chiamato, dove li cavalieri tutti erano radunati lunghesso una parete lunga mentre le dame, di ogni età e di ogni rango, in più file erano lungo quella corta. Al suono di molteplici istrumenti a corda e a fiato, li cavalieri si alzavano e, senza motto proferire, per magico incanto piroettavano avvinti a una dama finché la musica cessasse e di nuovo, totalmente silenti, nei rispettivi scanni si ritrovassero. Sbalorditi da questa straordinaria usanza, i viaggiatori di bel nuovo andarono a giacersi, chi solitario chi in compagnia.

Quarta giornata. In cui sendonsi la bufera calmata e il Sole tutta indorando la vulcanica isola, partirono per lo interno e la costa, mirando spettacoli ultramondani. Le calde acque del Lago di Venere nomato, i fiumi che escono de la terra con acre odore di zolfo, la maravigliosa foresta de la Montagna Granda, lo incantevole golfo di Gadir dall'acqua bullicante molto li sconvolsero e innalzarono le loro anime a visioni celesti che solo il desco innarrivabile di madonna Serafina fue in grado di sciogliere in serena letizia. Più tardi, avanti che il Sole tutto digradasse, furono ospiti nel maniero di Salvatore signore dell'isola che tutto avea magistralmente fatto predisporre per la migliore accoglienza. Più e più volte spillarono dalle sue botti e alzarono i calici alla sua salute, talchè ser Costantino ne riportò gioioso e forte ricordo raggiungendo il giaciglio prima che li altri facessero.

Quinta giornata. Dove, riavutisi dalle abbondanti libagioni, sempre accompagnati dal poetare di Franco menestrello Francesco, riprendono l'onda corrucciata e, ritraversato lo mare africano, giungono di bel nuovo in terraferma dove li attende un inusitato prodigio. Non volendo essa Terra lasciarli andare, essa si allunga misteriosamente, vani rendendo i loro sforzi di ritorno e più fanno cammino più lo cammino si allunga, cosichè pur andando più veloci dello maestrale impiegano ore dimolte a percorrere miglia poche e vedono allontanarsi lo gran finale tanto atteso. Ma il duca Enzo, spronato e punto dalle crudeli lamentazioni di Ubaldo architettore, provoca novello miracolo e, raggiunto lo continente nel cuore della notte, fa trovar loro apparecchiati, fra lumi di candelabri e suoni di clavicembali, risottu chi cacciaffuli e pipata i cozzi, schiaffittuni a pastura, zuppa i cucuzza, rollatini i spatula mmuddcati, gambiruni ca sarsa i limiuni, n'salata cu portualli e limuni, scirabetta i bacamortu cu pipi brucenti, e pani, e dolci, e libagioni molte.

Congedo. Lo dia seguente, visitati gli uomini ignudi sorti dal mare, tutti si lasciarono con grandi abbracci e baciamenti e la promessa di presto rivedersi a celebrare la gloria del duca Enzo e di sua Maestà il Peperoncino, che il Signore sempre li conservi e li abbia nella Sua gloria.

Settimio Paolo Cavalli

 

Ricordi e commenti dei convegnisti 2000 a Pozzuoli

Memoria di un piccante, peccante a Puteoli.
Così non ho potuto resistere nemmeno al principe di Monaco, che mi aveva invitato nella forma più cortese e che mi ha procurato il piacere di conoscere, grazie al suo grado e alle sue aderenze, parecchie cose buone.
Eravamo appena arrivati in Napoli, dov'egli soggiorna qualche tempo, quando ci pervenne l'invito di fare una gita con lui a Pozzuoli e nei dintorni.
Sarebbe difficile dar conto di giornate come queste. Dapprima una gita in barca fiùo a Ischia:

Vivo su questo scoglio, bello e solo,
quasi felice augel ch'al verde ramo
e l'aqua pura aspira; e a quelli ch'amo
nel mondo ed a me stesso ancor m'involo,

perchè espedito al sol che adoro e colo
vada il pensiero. E sebben quanto bramo
l'ali non spiega, pur quand'io 'l richiamo
volge dall'altre strade a questa il volo.

E 'n quel punto che giunge lieto e ardente
là 've l'invio, sì forte gioia e avanza
qui di gran lunga ogni mondan diletto.

Ma se potesse l'alta mia sembianza
fermar; quaant'ella vuoI, l'accesa mente
parte avrei forse qui del ben perfetto.

Dipoi tornati, piccole escursioni in carrozza, allegre scampagnate attraverso la regione più meravigliosa del mondo. Sotto il cielopiù puro, il terreno più infido. Rovine d'un'opulenza appena credibile, tristi, maledette. Acque bollenti, zolfo, grotte esalanti vapori, montagne di scoria ribelli a ogni vegetazione, lande deserte e malinconiche, ma alla fine una vegetazione lussureggiante, che si insinua da per tutto dove appena è possibile, che si solleva sopra tutte le cose morte in riva ai laghi e ai ruscelli e arriva fino a conquistare la più superba selva di querce sulle pareti d'un cratere spento.

Così siamo continuamente palleggiati fra le vicende della natura e della storia. Si vorrebbe meditare, ma non ci sentiamo capaci. In tanto chi vive continua a vivere allegramente e noi stessi non abbiamo mancato di confermarlo. Uomini di cultura, di mondo e di vita, ma non insensibili agli ammonimenti d'un destino superiore, inclinati alla riflessione. Veduta senza confini sulla terra, sul mare, sul cielo, zichiamata alla realtà dalla presenza d'una donna giovine e simpatica, abituata e non indifferente agli omaggi.

Per arrivare alla debita ora alla casa indicata dalla bizzarra monacella e per non sbagliarmi, ho preso un servitore di piazza. Costui mi condusse innanzi al portone di un gran palazzo e mi confermò che io era arrivato. Trovai un cortile spazioso, solitario e tranquillo, pulito, vuoto, circondato dalla costruzione principale e da altre accesssorie.

Di fronte, una grande porta d'ingresso e uno scalone largo e comodo. Ai due lati dello scalone, dal basso in alto, erano schierati gli armigeri, in livree di gala, che al mio passaggio fecero ala. Passeggiando su e giù, osservai in una galleria laterale una tavola apparecchiata per una quarantina di persone, e la cui magnificenza era pari a tutto l'assieme.

Non mi era possibile differire più a lungo la nostra visita alla capitale e alla collezione di oggetti di scavo di Pompei. Quell'antica citta, ai piedi del Vesuvio, era stata completamente seppellita dalla lava, aumentata più ancora in seguito alle successive eruzioni, tanto che gli edifici si trovano adesso a sessanta piedi sotto il livello del suolo. Balenata la pizza nel festivo frustuno così caratteristico della borbonica Partenope, nel museo siamo entrati con buone raccomandazioni, e benissimo accolti. Non ci è stato permesso tuttavia di disegnar nulla. Forse per questo abbiamo potuto dedicar meglio la nostra attenzione, riportandoci altrettanto più vivacemente nel passato, quando tutte queste cose erano a portata di mano dei loro possessori e per gli usi e i piaceri della vita.

Nella speranza du ritornare, ci siamo fatti accompagnare di sala in sala dal custode, cogliendo del nostro meglio, per quanto il tempo lo consentiva, l'utile e il dolce.

Settimio Wolfgang Cavalli Colonna

 

 

 

 

 

 

 

 

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