Accademia Italiana del Peperoncino

ACCADEMIA ITALIANA
DEL PEPERONCINO ONLUS

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Accademia

Massimo Biagi. La passione dei peperoncini.

Massimo Biagi

Sul numero di "Itaca" in uscita a Luglio, sarà pubblicata un'intervista a Massimo Biagi. Era stata scritta per presentare le iniziative del Festival di Settembre. La pubblichiamo in anteprima dopo l'improvvisa morte di Massimo. per ricordare il suo impegno e l'insostituibile lavoro per l'Accademia e il Festival.

 
Peperoncini dal mondo, la mostra di Massimo Biagi
Era il 1998, settima edizione del Festival. Dall’Università di Pisa arriva Massimo Biagi con la sua mostra “Peperoncini dal mondo”. Una collezione di trenta esemplari che nel giro di qualche anno arriverà a duemila varietà diventando così “la più importante del mondo”.
Ma come è nato questo rapporto con l’Università di Pisa?
“Tutto merito di mia moglie, racconta Biagi,da qualche anno avevo lasciato i gerani e avevo cominciato ad interessarmi dei peperoncini. Una curiosità destinata ad essere momentanea. Una sera però mia moglie mi mostra il settimanale “Gioia” con un articolo: “A Diamante, in Calabria, c’è un’Accademia che si occupa di peperoncino”, in calce l’indirizzo e il numero il telefono”.
“Feci passare la notte.La mattina dopo di buon’ora telefonai all’Accademia. Mi rispose il Presidente in persona, Enzo Monaco. Fu gentilissimo, mi diede tutte le informazioni che volevo e mi invitò al congresso nazionale che si faceva, qualche mese dopo, a Dicembre a San Nicola Arcella, sempre in Calabria”.
Da un congresso al Festival. Da un contatto occasionale a una collaborazione sistematica. Il passo è stato breve e del tutto naturale.
“Sistemai i peperoncini, si è no una ventina, in bustine trasparenti, racconta Biagi, e li appesi alle pareti dei corridoi dell’Hotel che ospitava il congresso. Lì conobbi Mario Dadomo che veniva da Parma e voleva pure lui dedicarsi ai peperoncini. Ma soprattutto realizzai la mia prima mostra, povera e sistemata alla meglio.Fu subito un grande successo. Enzo Monaco era felice ed io orgoglioso di tanti consensi. Rientrando non avevo dubbi, i peperoncini erano la mia nuova passione, l’Accademia la mia nuova strada!”.
“Il Festival, racconta ancora Biagi, è arrivato l’anno dopo nel 1998, trenta varietà sistemate in ciotole di ceramica ed esposte su un tavolo. L’anno dopo cinquanta e sempre al Festival. La collezione, diventa l’amore della mia vita, il mio impegno di ogni giorno.Di pari passo, va avanti, la mia amicizia e la mia collaborazione con Enzo Monaco e con l’Accademia. Fondo una delegazione a Pisa, la sistemo nel ristorante La Baracchina del mio amico Antonio Lunardini, all’Università mi occupo solo di peperoncini. Tanti Festival, tanti congressi, tante trasmissioni televisive, tante iniziative. Praia a mare in Calabria, poi Udine, Pantelleria, Bologna, Pescara, Udine, Milano , Roma, Avellino … Uno Mattina, La prova del cuoco, Alle falde del Kilimangiaro… ogni anno a Settembre il Peperoncino Festival, un appuntamento imperdibile. Cento, duecento varietà … mille … millecinquecento … Per il venticinquennale almeno duemila!”. 
Quando parla dei suoi peperoncini Biagi è un fiume in piena e uno dopo l’altro ricorda tutti gli avvenimenti, tutte le circostanze e anche qualche piccolo sotterfugio per procurarsi la varietà mancante. La storia che ricorda di più è quella dell’Habanero Orange e dello Jalapeño.
“Avevo avuto in regalo dei semi di un misterioso peperoncino che mi definivano piccolo e piccantissimo. Li piantai, raccolsi i frutti e ne fui affascinato. Erano belli e piccanti, come mi avevano detto ma soprattutto molto profumati e aromatici. Come si chiamavano? Da dove venivano? Non lo sapevo. Qualche tempo dopo mi colpirono su una rivista specializzata la descrizione e le foto di un peperoncino molto particolare…si chiamava Habanero red. Era il mio peperoncino lucchese… sulla rivista c’era anche l’indirizzo di Josè Benigno, un contadino messicano che in Messico a Merida coltivava un Habanero Orange. Gli scrissi una lettera chiedendogli i semi, aggiungendo in cambio nella busta dei semi di peperoncini calabresi. Tre mesi dopo, quando avevo perduto ogni speranza, arrivò una busta piena di semi di Habanero e di Jalapeño, con un’affettuosa lettera di ringraziamenti, scritta su un foglio a quadretti che conservo ancora gelosamente. Avevo nella mostra collezione l’Habanero e lo Jalapeño, direttamente dal Messico!”.  
Ma come è nato l’amore per i peperoncini? Cosa c’entrano i gerani?
“Era il 1995, racconta Biagi, stavo lavorando ad una collezione di gerani, il mio ultimo amore, dopo le erbe aromatiche, il pomodoro, il basilico e il fagiolo. Tutte piante di fiori e ortaggi che mi appassionavano nel mio lavoro al Dipartimento di biologia delle piante all’Università di Pisa. Con le ibridazioni, volevo ottenere un geranio giallo che non esiste in natura. Per questo sono andato a pranzo a casa di una signora che spesso mi aiutava nel mio lavoro. Sul tavolo una splendida passata di fagioli che la padrona di casa e suo marito mangiavano con l’aggiunta di un peperoncino lungo e di colore arancione. Lo volli assaggiare pure io e lo trovai profumato e aromatico. Dopo le prime cucchiaiate sentii un gran bruciore e mi accorsi che avevo esagerato. Allungai la mano verso una bottiglia d’acqua ma fui subito fermato mentre mi veniva offerto vino e mollica di pane. Avevo imparato la prima cosa importante. Mai acqua per spegnere il fuoco del peperoncino”. 
“Per tutta la sera, aggiunge, non parlammo più di gerani, ma volli sapere tutto su quel peperoncino. Veniva dal Perù e si chiamava Aji Amarillo. Me ne feci dare due o tre, li seccai, feci i semi e in Primavera li seminai. A Luglio avevo piantine bellissime, piene di fiori. A Settembre tantissimi frutti… i primi della mia collezione”.
L’Aji Amarillo il primo peperoncino della collezione. E l’ultimo?
“Ce ne sono tanti che sono arrivati in questi ultimi anni. Ce n’è uno però che mi affascina particolarmente. L’ho chiamato Pimiento del Sahara, un nome di fantasia dovuto alla provenienza dei semi, avuti da un amico che vive nell’Africa Settentrionale vicino al deserto. Una pianta assai diversa da quelle che vediamo solitamente. La forma, a cespuglio basso, produce bacche piccolissime e piccanti e le foglie hanno un caratteristico aspetto filiforme. Una rarità, presentata in anteprima al Peperoncino Festival del 2016”.